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Dai lettori

Tecnema, pistola da ricordare

Egregia redazione,
gradirei avere informazioni su un'arma di mio gradimento, la Tecnema 1911 di produzione Italiana. Ne ho trovata una usata in .45 ACP in una armeria della mia zona e sarei intenzionato a comprarla, ma non ho molte notizie. Vi prego illuminarmi se potete. Grazie mille.
Il vostro fedele lettore Luigi Letizia da Napoli

Caro lettore,
la Tecnema è stata una delle prime pistole semiautomatiche in calibro .45 costruite in Italia. Facevano capo alla Tecnema la Fiocchi, la Greco Sport di Lugano e la Tecno-Leri di Bologna. Quest'ultima è un'azienda che si dedicava all'epoca alla produzione di parti meccaniche di precisione (fra i clienti annoverava anche la Ligier e la Maserati) che curò l'allestimento di alcuni componenti dell'arma. La Fiocchi s'incaricò della distribuzione dei prodotti Tecnema sul mercato italiano, mentre la Greco Sport faceva altrettanto in terra elvetica e non deve stupire quindi se alcuni esemplari fossero marchiati proprio "Greco Sport".
La Tecnema modello Master riprendeva l'archetipo della classica 1911 rispetto a cui si differenziava per certe particolarità. In primo luogo il centraggio anteriore della canna rispetto al carrello avveniva direttamente, senza bushing, grazie al suo profilo esterno.     La canna, oltre al profilo conico, presentava inoltre la rampa di alimentazione integrale alla sua appendice inferiore; fu mantenuta la classica bielletta che determina l'abbassamento della parte posteriore della canna.
Per quanto riguarda il caricatore, questo è del tipo bifilare a esposizione singola della cartuccia, capace di tredici cartucce calibro .45 HP o ACP, già disegnato con programmi CAD/CAM e realizzato in lamiera d'acciaio, con fondello in alluminio ed elevatore in materiale plastico.
Un'altra particolarità che riguardava la Tecnema, certo meno appariscente ma di sicuro molto importante, è un generale irrobustimento del fusto. Molte pareti furono inspessite, ovviamente nelle zone più tradizionalmente soggette a rotture; per esempio la leva hold open era completamente incassata; un'altra parte irrobustita era quella anteriore del fusto.
L'arma vantava un'esecuzione di tutto rispetto, sicuramente superiore a quella di prodotti concorrenti. Fusto e carrello erano ricavati per microfusione, anche se dalla parte grezza che usciva dalla conchiglia al pezzo finito erano effettuate numerose e complesse lavorazioni.
Dopo il modello Master (in sostanza la versione base dell'arma) fu prevista una versione da tiro dinamico (TCM3 Combat) e una da difesa (TCM1 Defence) con canna più corta; oltre al calibro .45 HP (il .45 ACP non era ancora permesso in Italia) la Tecnema fu prodotta anche in una rarissima versione in calibro 9x22. Nella seconda metà degli anni '90 la ditta bolognese cessò l'attività.

Paolo Tagini

Nascita degli Express

Caro Direttore
Sono un insegnante in pensione alle prese con un libro (romanzo storico) che cerco di scrivere e che mi fa un po' dannare. Siccome vi si parla, fra l'altro, di un cacciatore italiano della seconda metà dell'800, recatosi in Africa a fare della "caccia grossa" (all'elefante) nel decennio 1884-1894, volevo chiedere quanto segue: quale tipo di fucile, all'epoca, può aver usato quel cacciatore per uccidere, sul colpo, un grosso elefante africano? Dalle confuse informazioni che ho assunto, si potrebbe trattare di un "Express" a canne rigate giustapposte, idoneo a colpire una grossa preda a distanza ravvicinata? Con che cartuccia? E poi, lo stesso tipo di fucile poteva venire usato, non allo scopo di abbattere la preda, ma diciamo "dimostrativo", per un colpo anche a lunga distanza? Magari con una cartuccia di calibro diverso?
Francesco Busato

Gentile Prof. Busato
I primi fucili da caccia con caricamento a retrocarica e impieganti delle cartucce con bossolo apparvero in Gran Bretagna verso gli anni 1850/1870; erano del tipo a due canne giustapposte ad anima liscia e si proposero come una interessante novità e costosa alternativa rispetto alle doppiette con caricamento ad avancarica sino ad allora (e per qualche decennio ancora a venire) utilizzate per l'attività venatoria. Questi nuovi fucili a retrocarica erano concepiti per l'impiego di cartucce caricate a pallini e impiegati perlopiù nella caccia che si faceva sull'isola britannica.
Appare più probabile che, nel periodo preso in considerazione, il cacciatore impegnato in Africa usasse quello che era comunemente noto come un “Cape Rifle” ad avancarica. Nel 1855 W. Greener (e a seguire altri costruttori) si dedicarono alla realizzazione di un fucile adatto alla caccia che si praticava in Sudafrica dove, rispetto all'India, le distanze di ingaggio erano mediamente superiori e si richiedeva pertanto un fucile più preciso. W. Greener concepì un fucile nei calibri .500 oppure .450, con l'anima delle canne solcata da due righe con passo di 30” (dunque molto lungo) e piuttosto larghe: il tutto per facilitare il caricamento dell'arma. La palla (che doveva essere avvolta nella pezzuola di stoffa) recava due sorte di alette che dovevano essere inserite nei vuoti della rigatura all'atto del caricamento. Il fucile pesava 12 libbre (5,4 kg, nemmeno troppo) ed era collimato fino a 2.000 yard (1,8 km circa, distanza per la verità ottimistica) anche se la precisione pratica era comunque notevole (a quanto riferisce però lo stesso Greener...). Anche Purdey costruì due fucili simili e fu lui a battezzarli nel 1856 “Express Train”, espressione che da allora denotava un fucile a palla dalla traiettoria molto tesa.
È anche possibile che l'immaginario cacciatore del romanzo del nostro lettore abbia sostituito, in seguito, il fucile ad avancarica con uno a retrocarica che nel decennio del 1870 cominciavano a moltiplicarsi, sempre per opera dei costruttori britannici, anche nelle versioni adatte a caricamenti per la caccia grossa: la scelta spetta in questo caso all'autore.

Paolo Tagini

Replica di Winchester

Gentili amici di Armi & Balistica,
ho acquistato una carabina Winchester 1873 BWMI calibro .44-40 con canna da 24” presso una armeria di San Marino. Al momento della registrazione si è verificato un errore ed è stata presentata la domanda come arma comune della Categoria A, sbagliando perché ha un serbatoio da 10 cartucce.
Che cosa si può fare ora? È possibile far modificare la classificazione?

Panfilo Di Cioccio – Milano

Gentile Sig. Di Cioccio,
la norma cui fare riferimento per affrontare la questione è il Decreto Legislativo 29 settembre 2013, n. 121, “Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 26 ottobre 2010, n. 204, concernente l’attuazione della direttiva 2008/51/CE, che modifica la direttiva 91/477/CEE relativa al controllo dell’acquisizione e della detenzione di armi”. Questo provvedimento modifica fra l'altro la nota legge 18 aprile 1975, n. 110, e in conseguenza di ciò – per quanto ci riguarda – all'articolo 2, secondo comma, si legge che:
“(...) non è consentita la fabbricazione, l’introduzione nel territorio dello Stato e la vendita di (...) armi comuni da sparo, salvo quanto previsto per quelle per uso sportivo, per le armi antiche e per le repliche di armi antiche, con caricatori o serbatoi, fissi o amovibili, contenenti un numero superiore a 5 colpi per le armi lunghe ed un numero superiore a 15 colpi per le armi corte (...). Per le repliche di armi antiche è ammesso un numero di colpi non superiore a 10”.
Ora, la legge italiana non definisce in via generale le repliche di armi antiche tuttavia, partendo dalla definizione di arma antica data dall'art. 10, settimo comma, della citata legge n. 110/1975 (“Sono armi antiche quelle ad avancarica e quelle fabbricate anteriormente al 1890”) è di assoluta evidenza che il fucile Winchester modello 1873 calibro .44-40 con canna da 24” sia una replica di arma antica e come tale possa adottare un serbatoio della capacità massima di 10 cartucce, a mente della prima norma citata.
Dello stesso avviso è il Banco Nazionale di Prova, organo deputato dalla legge alla classificazione delle armi da sparo che si intende introdurre sul nostro territorio, che ha riconosciuto la qualifica di arma lunga comune da sparo, assegnandole il Codice 13_00275 e inserendola nella Categoria C1, alla carabina Winchester Arms Company (con una canna rigata, funzionamento a ripetizione semplice) in calibro .44-40 Winchester con serbatoio da 10 colpi.
A nostro avviso la cosa più semplice è stampare questo provvedimento del Banco Nazionale di Prova (lo riproduciamo qui in calce ed è scaricabile dal sito www.bancoprova.it) ed esibirlo a chi di dovere per dimostrare come stanno esattamente le cose.

Paolo Tagini

E le Zastava?



Caro Direttore buon giorno,
mi rivolgo a lei per esprimere il mio sconcerto, unito a quello di altre 2.000 persone, per chiederle, ove nelle sue possibilità, notizie sul sequestro Zastava.
Da appassionato oplologo, sportivo e tiratore, nonchè cittadino, penso di avere dei diritti, diritti che, ritengo, siano oggi offesi da una vicenda che si trascina da circa 2 anni e della quale non si vede la fine.
Ho acquistato una carabina importata, bancata (e lo ripeto, bancata dal Banco Nazionale di Prova per armi), distribuita nelle armerie e regolarmente acquistata e denunciata.
Sembra che tale modello di carabina abbia la possibilità di sparare a raffica.
Non entro nelle spiegazioni logiche di come comunque un'arma in 8x57 non gestirebbe il tiro a raffica: chi leggerà, con un minimo di esperienza, potrà capire. La mia non lo ha mai fatto nelle poche sedute al poligono e, se anche così fosse, ritengo che una modifica al gruppo di scatto la possa portare nelle condizioni di arma comune. Già, perchè la volontà di chi la ha posta sotto sequestro sembra quella di ritenerla un'arma da guerra e farla rottamare.
Come possa un'arma che nasce come semiautomatica in origine trasformarsi in arma automatica è a dir poco misterioso, ma seppur fosse, io cittadino cosa ne posso? Io ho comprato un'arma regolare; ora, a 2 anni dal sequestro, credo sia giusto che mi si dica quando mi verrà restituita, con le opportune modifiche se necessarie.
Spero di leggerla al riguardo e le porgo i miei più cordiali saluti.
Un cittadino che si sente bistrattato dalla burocrazia

Per quel che ci è dato di sapere, il procedimento penale è ancora in corso e quindi non sono prevedibili né i tempi per la conclusione, né – soprattutto – il suo esito. Verrebbe quasi da dire: niente di nuovo sotto il sole rispetto a quanto succede normalmente nell'ambito della giustizia italiana.
Citiamo una parte del commento di Biagio Mazzeo su questa vicenda che, a suo tempo, pubblicammo su queste colonne:
"Per concludere queste note su una vicenda piuttosto sconcertante, non si può far a meno di sottolineare ancora una volta come l'apparato burocratico che ruota intorno al mercato delle armi in Italia, pur se giustificato da legittime ragioni di tutela dell'ordine pubblico, nel caso di specie, ha dimostrato chiaramente la propria inadeguatezza. In questo caso, l'approfondimento preventivo delle caratteristiche tecniche di un'arma avrebbe scongiurato la sua distribuzione ai privati cittadini, con tutto quello che ne ha comportato, in termini di costi individuali e di costi a carico dell'erario dovuti alle attività d’indagine".
Ora, non resta che attendere la conclusione della vicenda giudiziaria, in merito alla quale si può escludere che gli acquirenti degli Zastava modello 76 calibro 8x57 abbiano una qualsiasi responsabilità. Una volta individuate le responsabilità – se ce ne saranno – i proprietari delle armi potranno rivalersi in sede civile; viceversa se tutto finirà a tarallucci e vino (ma questo esito appare improbabile) gli acquirenti dei fucili dovranno attivarsi per ottenere la loro restituzione. In entrambi i casi avranno subito il sequestro di un oggetto di loro proprietà pur essendo incolpevoli e dovranno comunque interessarsi (vale e a dire spendere soldi e tempo) per riavere quanto loro spetta.
La mia personalissima opinione è che in questo paese la proprietà privata è, come in tanti altri casi, un concetto relativo e non assoluto. Basta leggere l'articolo 42 della Costituzione: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti". Insomma, se la proprietà è "privata" che cosa centra la "funzione sociale"? O la proprietà è veramente "privata" – e quindi garantita dall'ordinamento – oppure, se è asservita a una "funzione sociale", il proprietario non potrà mai essere del tutto tutelato.

Paolo Tagini
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Colorare le scritte

Mi capita a volte di vedere armi, soprattutto pistole, con le scritte colorate e sono sicuro che in certi casi non si tratta di una finitura di fabbrica ma di una specie di “customizzazione”. Come si può fare per ottenere questo effetto senza danneggiare l'arma? Grazie.
Aldo Bianchi – Milano

Le diciture, i marchi e i punzoni che compaiono sulle armi da fuoco costituiscono un insieme di elementi determinanti per la loro caratterizzazione; in certi casi si fanno apprezzare per la loro eleganza, in altri possono addirittura deturpare l'aspetto di un'arma. Con un minimo di buon gusto e di senso artistico è possibile intervenire su questi segni impressi sulle armi in modo da esaltarne gli aspetti positivi (o minimizzarne quelli negativi).
Il modo più corrente per rendere più visibili i marchi e le diciture delle armi consiste nel colorarli. L'attrezzatura consiste in un certo numero di smalti da modellismo (molto comodi e pratici), nel relativo solvente, in un pennellino molto fine (la misura più indicata è la 000) e in un rotolo di carta da cucina; potrebbe anche essere necessario un raschietto in legno. Prima di procedere alla colorazione delle scritte è necessario sgrassare la superficie dell'arma interessata con il solvente perché la vernice faccia bene presa. Quindi si può procedere alla colorazione vera e propria che consiste nel riempire le scritte stesse con la vernice. Gli inevitabili strabordamenti saranno eliminati, quando la vernice inizia ad asciugare, semplicemente passando in maniera molto leggera e uniforme un pezzo di carta da cucina; un lavoro più accurato può essere ottenuto con un raschietto di legno, materiale non in grado di danneggiare l'arma ma che può eliminare in maniera molto più decisa la vernice in eccesso.
I risultati migliori dal punto di vista estetico si ottengono con le scritte pantografate (il costruttore le esegue con una minuscola fresa) oppure ottenute con tecnica laser, che sono le più regolari; queste ultime stanno diventando sempre più comuni e spesso sono già colorate. Fino a qualche anno fa il caso più frequente era costituito dalle scritte rullate: diciture e marchi sono impressi su un rullo che viene mantenuto a contatto sulla parte dell'arma interessata da una piccola pressa. È facile capire che le scritte rullate possono essere irregolari in quanto la variazione della forza applicata dalla pressa determina una variazione della profondità della dicitura stessa. Chi ha una mano "da artista" può, verniciando la scritta, tentare di compensare le differenze di profondità della scritta e quindi renderla visivamente più omogenea e regolare; non si tratta di un compito facile ma che può migliorare l'aspetto dell'arma.
Quanto detto per le scritte rullate si applica anche alle punzonature, quei marchi ottenuti appunto con un punzone sul quale viene applicata una forza breve e intensa; le punzonature sono di solito di dimensioni ridotte ma per il fatto che il punzone non viene appoggiato all'arma in maniera non perfettamente ortogonale e la forza applicata può variare di molto, difficilmente la punzonatura presenta un aspetto invitante. Questo è un altro terreno ove l'"artista" può dimostrare la sua bravura. Va da sé che se una punzonatura è particolarmente disgraziata non conviene assolutamente tentare di verniciarla.
E i colori? Per le armi brunite l'opzione classica è il bianco, che fornisce un ottimo contrasto; è possibile "antichizzare" il bianco passando un velo di olio mentre la vernice sta asciugando. In questo modo si ottiene una tonalità avorio che è particolarmente piacevole. Nel caso dell'acciaio inossidabile le scritte colorate in nero creano il contrasto più classico e compassato; il rosso vivo dà sempre buoni risultati, mentre altre combinazioni cromatiche possono essere sperimentate senza problema: un colpo di solvente porrà immediatamente rimedio.

Massimo Castiglione
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