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Legge e normative

Gli effetti della riabilitazione

Le licenze di porto d'armi in presenza di determinate condanne

Si è molto parlato ultimamente dell'argomento oggetto di questo articolo, soprattutto perché il Ministero dell'Interno ha diramato una circolare nella quale ha ribadito l'interpretazione più restrittiva

di Biagio Mazzeo
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Com'è noto, la facoltà di andare armati è subordinata al possesso di apposita licenza, il cui rilascio non è atto dovuto dell'amministrazione pubblica ma è espressione di un potere discrezionale. Prima ancora di tale potere discrezionale (che si basa su una serie di valutazioni circa l’affidabilità del richiedente), la legge stessa pone limiti ostativi, che si risolvono nel divieto di rilasciare qualsiasi licenza di porto d'armi in presenza di condanne, per determinati reati, emesse dal giudice penale a carico del richiedente.
Le disposizioni da prendere in considerazione ai nostri fini sono due: gli articoli 11 e 43 del regio decreto n. 773/1931 – Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS).
Il primo dei due articoli citati si riferisce in generale alle "autorizzazioni di polizia", anche ma non solo, quindi, alle licenze di porto d'armi. Il secondo è invece specifico per le sole licenze di porto d'armi.

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Il manganello per le guardie giurate

Ha destato scalpore nel mondo della vigilanza privata una sentenza dello scorso settembre con la quale, per la Cassazione, l’impegno lavorativo escluderebbe il reato di porto del manganello. Nel dettaglio, con sentenza del 7 settembre 2016, n. 37181, la Corte di Cassazione, sez. I Penale, ha affermato la legittimità del porto di un manganello estensibile in metallo lungo 65 cm da parte di una guardia giurata, in quanto l’arma in questione è “corredo” della divisa d’ordinanza fornita dalla società di servizi di sicurezza privata di cui la stessa era dipendente.
In primo grado, al contrario, il Tribunale aveva condannato la guardia giurata per il porto del manganello (nello specifico, la guardia, che indossava l’uniforme di servizio, era stata fermata a bordo di un motociclo per un controllo di routine), trattandosi di un’arma che, per le circostanze di tempo e di luogo, era da considerarsi utilizzabile per l’offesa alla persona.
In base all’art. 4, comma 1, della legge n. 110 del 18 aprile 1975, infatti, tra le armi di cui è vietato il porto – salvo le autorizzazioni concesse, ai sensi dell’art. 42 del TULPS, dal Prefetto e dal Questore – fuori dalla propria abitazione, senza giustificato motivo, in quanto oggetto atto ad offendere, rientra anche il manganello, o sfollagente.
Però, in sede di ricorso in Cassazione, i giudici hanno accolto la tesi difensiva, secondo la quale il porto del manganello era giustificato in quanto fornito al ricorrente dalla società di vigilanza privata di cui era dipendente, società della quale, al momento del controllo, lo stesso indossava l'uniforme tipica del personale che si occupa di sicurezza negli esercizi commerciali, con il manganello agganciato al cinturone.
Tali motivazioni hanno indotto la Corte ad annullare la sentenza di primo grado, ritenendo l’impegno lavorativo addotto dall’imputato come giustificazione al porto del manganello – e la circostanza che lo stesso indossasse l’uniforme di servizio – sufficienti ad escludere l’illiceità del fatto, che pertanto non costituiva reato.
Sono doverose per voi lettori alcune precisazioni: in primis non si trattava di una guardia particolare giurata bensì di personale non armato in servizio presso i centri commerciali e, aldilà di quanto espresso nella sentenza della Corte di Cassazione, il manganello è a tutti gli effetti un’arma propria e, in quanto tale, il porto ne è assolutamente vietato, salvo espresse autorizzazioni. A proposito di autorizzazioni, non è prassi per i Prefetti concederle in relazione a tali strumenti: basti pensare che neppure ai vigili urbani è permesso utilizzare il manganello.
Si ricorda infine che il manganello è considerato uno strumento a supporto dell’esercizio di funzioni di ordine pubblico: funzioni che, come è ben noto, le guardie giurate non possono esercitare.
Ad oggi non ho visto e non sono a conoscenza di Istituti di Vigilanza che prevedano il manganello a corredo della divisa come disposizione aziendale; sicuramente ci sono colleghi sparsi sul territorio nazionale che in servizio portano occultato tale oggetto per un eventuale difesa personale e ai quali gli auguro di non doverlo mai usare perché andrebbero sicuramente incontro a qualche problema.
Vi aspetto sul prossimo numero di ARMI & BALISTICA e online sul sito www.guardieinformate.net. Per qualsiasi informazione contattatemi via mail a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .




Nuove leggi e buon senso


Terrorismo, armi, sicurezza

di Biagio Mazzeo
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Tutti gli argomenti più spinosi che riguardano le armi richiederebbero un intervento da parte de legislatore che, al contrario, pare non volersi rendere conto della pericolosa deriva che ci attende se le cose non cambieranno

Ci siamo già occupati della proposta di direttiva europea sulle armi da fuoco sul numero 55 di A&B, che ha trovato la giustificazione (sarebbe forse meglio dire "il pretesto") dai gravi fatti di terrorismo islamico occorsi a Parigi e a Bruxelles nel corso del 2015 e del 2016.
L'idea, molto naïf, dei promotori della proposta e di coloro che la sostengono sarebbe quella di limitare l'accesso ad armi micidiali da parte di terroristi, adottando norme draconiane a carico di cacciatori, collezionisti, tiratori sportivi e anche nei confronti di coloro che si servono di armi a salve per eventi commemorativi (proprio così!). Addirittura, i collezionisti di armi vengono indicati nella relazione illustrativa come possibile fonte di approvvigionamento di armi da parte dei terroristi!
L'attentato di Nizza dello scorso luglio, compiuto da un uomo solo alla guida di un grosso autocarro che ha ucciso quasi novanta persone, ferendone altrettante, ha dimostrato – se ce ne fosse stato bisogno! – che il problema non sono le armi ma i terroristi.
Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco: chi scrive non crede affatto che bisogni consentire la diffusione indiscriminata di armi da fuoco. È giusto che l'acquisto, la detenzione e il porto di armi siano sottoposti a controlli, per verificare che la persona richiedente non abbia precedenti penali o turbe psichiche (nei limiti in cui è possibile accertarlo). Ma è assurdo pensare di migliorare la situazione della sicurezza in Europa con ulteriori restrizioni in materia di detenzione legale di armi, senza nulla – ma proprio nulla – fare contro la circolazione illegale di armi. D'altra parte, recenti fatti di cronaca hanno dimostrato che il terrorista non ha bisogno di armi da fuoco per uccidere: può servirsi, infatti, di autoveicoli, di armi bianche, di strumenti da punta e da taglio (coltelli, asce, machete) che chiunque può acquistare senza formalità e senza controlli di sorta. Il prossimo passo sarà quello di sottoporre a controllo i negozi di casalinghi e ferramenta per evitare che i terroristi possano rifornirsi di coltelli, asce e roncole?

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L'Europa tradita

Quando avviene un fatto grave, di notevole risonanza sull'opinione pubblica, i politici, a tutti i livelli, si sentono in dovere di "fare qualcosa", non importa cosa! Lo scopo è non apparire inerti rispetto a eventi che allarmano l’opinione pubblica, tranquillizzandola e mostrando, da parte loro, un profilo “decisionista”

di Biagio Mazzeo
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Gli organi politici europei non sono diversi da quelli nazionali, tutti preoccupati di mostrarsi operosi, capaci di produrre "riforme", da contrabbandare come panacea dei mali che ci affliggono. Così è stato dopo la strage di Parigi, quando alcuni fanatici di religione islamica hanno sparato nel mucchio, uccidendo o ferendo gravemente circa duecento persone, usando – a quanto ha riferito a suo tempo la stampa internazionale – armi automatiche del tipo Kalashnikov, verosimilmente in calibro 7,62x39.

continua la lettura a pag. 20 N. 55/2016

Perplessità sui B7

Una guida pratica per destreggiarsi fra le recenti novità normative riguardanti le armi di categoria B7, oggetto delle disposizioni contenute nel decreto-legge antiterrorismo

di Biagio Mazzeo
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La legge di conversione del decreto legge n. 7/2015 (L. 17 aprile 2015, n. 43) ha previsto una specifica limitazione ai fini venatori delle armi lunghe di categoria B7, di cui alla Direttiva europea sulle armi da fuoco. La disposizione, contenuta nell’art. 3 del citato decreto legge (testo coordinato con la legge di conversione) modifica l’articolo 13 della legge n. 157/1992 (cosiddetta legge sulla caccia), inserendovi il divieto generalizzato di utilizzo in ambito venatorio di armi della citata categoria, indipendentemente dal calibro.
Per comprendere appieno il significato di questa novità legislativa occorre partire dalla Direttiva europea, accennare alle leggi di attuazione della stessa e fare riferimento alle disposizioni entrate in vigore successivamente all'abolizione del Catalogo nazionale per le armi comuni da sparo.

continua la lettura a pag. 21 N. 48/2015

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