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Legge e normative

Gravi problemi ancora irrisolti

CONVEGNO GIURIDICO SU LEGITTIMA DIFESA E DETENZIONE DI ARMI


Se la politica non è ancora riuscita a trovare una soluzione convincente alla possibilità di difendersi legittimamente all'interno delle mura domestiche, un gruppo di giuristi guidato da Assoarmieri ha dimostrato invece che gli strumenti ci possono essere

di P.T.

In concomitanza con HIT Show, si è tenuto domenica 11 febbraio nei locali della Fiera di Vicenza il Convegno Giuridico organizzato dall'Avv. Antonio Bana, presidente di Assoarmieri, dal titolo “Legittima difesa e legittima detenzione di armi: un equilibrio da difendere”. Lo stesso Avv. Bana ne è stato il moderatore e fra i relatori invitati figuravano il Prof. Gian Luigi Gatta, il Ten. Col. Giuseppe Bertoli, il Dr. Biagio Mazzeo, la  Dr.ssa Lucrezia Rossi, il Dr. Emanuele Paniz, il Dr. Ruggero Pettinelli, l'Avv. Antonio Sala della Cuna e il Prof. Ugo Ruffolo.
Nella sua relazione introduttiva l'Avv. Antonio Bana si è detto “particolarmente lieto di proseguire il lavoro iniziato l'anno scorso durante il 70° anniversario di Assoarmieri con il primo convegno giuridico che aveva affrontato una problematica di particolare attualità sulla tematica degli effetti riabilitativi delle condanne penali e il relativo diniego delle licenze di porto d'armi.
“Anche quest'anno l'impegno di continuare a trattare la materia relativa alla legislazione sulle armi e munizioni nelle sue innumerevoli sfumature, ha portato a focalizzare il nostro lavoro verso una tematica di rilevante attualità come la legittima difesa.
“Senza anticipare i contributi giuridico-scientifici degli illustri relatori (...), la mia premessa di carattere generale si focalizza sull'importanza del concetto di libera e legittima difesa.
Il nostro compito tra gli operatori del diritto è quello di saper analizzare attraverso la nostra cultura non solo giuridica, il linguaggio, le incertezze, le domande che l'opinione pubblica è solita rivolgere ogniqualvolta si deve affrontare la questione sulla legittima difesa correlata all'uso delle armi.

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Ministero sanzionato


SENTENZA DEL TAR DELL'EMILIA ROMAGNA

Per gentile interessamento dell'avv. Antonio Bana, presidente di Assoarmieri, pubblichiamo questa sentenza del TAR dell'Emilia Romagna che ha accolto il ricorso di un titolare di licenza di porto di fucile per uso di caccia al quale la Questura di Modena aveva negato il rinnovo, condannando il Ministero dell'Interno a rifondere le spese di giudizio


Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna (Sezione Prima) ha pronunciato la presente
SENTENZA
ex art. 60 cod. proc. amm.;
sul ricorso numero di registro generale 7 del 2018, proposto da:
Xxxx, rappresentato e difeso dagli avv.ti Antonio Sala della Cuna, Antonio Bana, con domicilio eletto presso lo studio Antonio Sala della Cuna in Grosotto, via Statale, 83;
contro
Ministero dell'Interno, in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, anche domiciliataria in Bologna, via Guido Reni, 4;
per l'annullamento
del decreto del Questore della Provincia di Modena del 16.10.2017, notificato in data 21.10.17, con il quale viene respinta l'istanza di rinnovo della licenza di porto di fucile uso caccia;
Visti il ricorso e i relativi allegati;
N. 00007/2018 REG.RIC.
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell'Interno;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 24 gennaio 2018 il dott. Ugo De
Carlo e uditi per le parti i difensori Antonio Sala Della Cuna e Silvia Bassani;
Sentite le stesse parti ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm.;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO e DIRITTO
Il ricorrente aveva presentato istanza per il rinnovo della licenza di porto di fucile uso caccia, ma la Questura di Modena comunicava preavviso di diniego ex art. 10 bis L. 241/90, in relazione a due episodi aventi rilevanza penale che facevano meno l’affidabilità richiesta dall’art. 43 TULPS; il primo fatto è una denuncia per ingiurie risalente al 2005 il secondo concerne una condanna dell’11.11.2015, emessa dal Tribunale di Modena, per violazione delle normative previdenziali e per bancarotta. Nonostante le prospettazioni della memoria difensiva, la Questura emanava il provvedimento oggetto del presente ricorso.
Nell’unico motivo di ricorso lamenta la violazione degli artt. 11 e 43 R.D. 773/1931 nonché l’eccesso di potere per falsità dei presupposti, travisamento dei fatti, illogicità, difetto di istruttoria e di motivazione.
L’Autorità di Pubblica Sicurezza ha ricavato il venir meno del requisito dell’affidabilità da circostanze che non sono sintomatiche di una sopravvenuta pericolosità circa la detenzione delle armi.
Relativamente al procedimento per ingiurie, il reato a suo tempo è stato dichiarato estinto; la condanna in primo grado per bancarotta, per la quale pende appello, riguarda un reato che è stato più volte considerato dalla giurisprudenza amministrativa come non ostativo al rilascio del porto d’armi. Si tratta di fattispecie penale è del tutto estranea all’ambito relativo al possesso ed uso delle armi e dalla quale pare assai dubbio che possa inferirsi, al di fuori del collegamento con altri specifici elementi circostanziali, un giudizio di non affidabilità.
Oltretutto il fatto non è stato valutato nei suoi profili concreti da cui sarebbe emerso che non vi era volontà di pregiudicare i creditori della società, solo se si considera che la stessa vantava crediti superiori verso clienti. La causa del fallimento, come è emerso, è dovuta alla crisi economica generale e particolare del settore di riferimento, non certo ai prelievi del signor Xxxx che comunque, non aveva altro reddito e doveva provvedere al mantenimento non solo di sé stesso, ma anche della moglie e soprattutto della piccola figlia.
Il Ministero dell'Interno si costituiva con comparsa di stile.
Il ricorso è fondato.
Il giudizio sul venir meno dell’affidabilità cioè del requisito richiesto dall’art. 43 TULPS è fondato su una illogica valutazione degli elementi di fatto posti a fondamento del diniego.
Dalla denuncia per ingiurie non era scaturita alcuna condanna e l’episodio in precedenza non era stato adeguatamente considerato, e non considerato ostativo dall’amministrazione nel 2011. Era necessario motivare perché l’episodio era diventato rilevante rispetto al passato nonostante fosse diventato ancora più remoto nel tempo.
Venendo alla condanna non passata in giudicata per bancarotta, la prima considerazione riguarda il bene giuridico protetto dalla norma penale che è totalmente differente da quelli la cui violazione denota il venire meno dell’affidabilità.
In un caso analogo il TAR Piemonte così argomentava nella sentenza 307/2015:
“D’altra parte, anche nei casi in cui la giurisprudenza ha tratto argomenti presuntivi in ordine all’affidabilità del soggetto da precedenti penali non strettamente inerenti il contesto dell’uso di armi, lo ha fatto ponendo in rilievo specifiche peculiarità del caso concreto, capaci di integrare il profilo di inaffidabilità del soggetto: in qualche caso evidenziando la reiterazione dei reati,in altri la contiguità con ambienti malavitosi, desumibile dalla particolare tipologia dei fatti contestati (cfr. Cons. St. sez. VI, 15 novembre 2010, n. 8056).
Nel caso in esame, non emerge alcun dato specifico riferito al profilo personale del ricorrente e al contesto nel quale sarebbe maturata la condotta criminosa che dia consistenza alle valutazione di inidoneità fatta propria dalla Prefettura.”.
Queste considerazioni si attagliano perfettamente al caso di specie per cui, se è vero che nella presente materia l'Autorità di P.S. possiede un ampio potere discrezionale, funzionale alle esigenze preventive che si correlano alle armi, è tuttavia evidente che ciò non può comportare una sottrazione del suo operato al rispetto dei fondamentali principi di coerenza e logica dell'agire amministrativo. Principi che appaiono invece violati, allo stato delle risultanze documentali, da un provvedimento che in modo apodittico giunga alla conclusione di non affidabilità circa l'uso delle armi, traendola dalla sussistenza a carico dell'interessato di una condanna per reato del tutto estraneo al contesto proprio delle armi e in alcun modo ad esso connesso.
Il provvedimento va annullato affinchè l’Amministrazione si ridetermini tenendo conto di quanto affermato con la presente sentenza.
Le spese di giustizia sono determinate in base al principio della soccombenza.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia Romagna, Sezione Prima, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.
Condanna il Ministero dell’Interno a rifondere le spese di giudizio che liquida in € 2.000 oltre accessori ed alla restituzione del contributo unificato ove versato.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Bologna nella camera di consiglio del giorno 24 gennaio 2018 con l'intervento dei magistrati:
Giuseppe Di Nunzio, Presidente
Umberto Giovannini, Consigliere
Ugo De Carlo, Consigliere, Estensore







Un po' di chiarezza (e qualche dissequestro)

Grazie alla cortesia dell'avv. Antonio Bana, Presidente di Assoarmieri, pubblichiamo questa ordinanza del Tribunale di Brescia che chiarisce alcuni punti di un caso che si trascina ormai da quasi cinque anni e, soprattutto, ordina la restituzione di dieci esemplari sequestrati

TRIBUNALE DI BRESCIA
Terza sezione penale e del riesame
riunito in Camera di Consiglio ha pronunciato la seguente
ORDINANZA.......

 

continua la lettura a pag. 24 N. 73/2018

Riabilitazione e porto d'armi, atto terzo

Dopo due precedenti circolari, il Ministero dell'Interno ritorna sull'annoso argomento del rilascio dei titoli di polizia a chi ha riportato in passato condanne concentrandosi sulle “problematiche applicative”...

Ministero dell'Interno – Circolare n. 557/PAS/U/012843/10100.A(1) del 31 agosto 2017
Oggetto: Motivi ostativi al rilascio ed obbligo di revoca della licenza di porto d’armi ex art. 43 T.U.L.P.S. – Problematiche applicative.
Seguito:
a) 557/LEG/225.00/3826 del 28.11.14;
b) 557/LEG/225.000 del 02.08.16.

1. Premessa.
Come è noto, gli ultimi anni hanno fatto registrare posizioni di segno diverso dei Giudici Amministrativi relativamente all’interpretazione delle previsioni degli artt. 11 e 43 TULPS, il cui combinato disposto definisce la “rosa” dei requisiti morali richiesti per il rilascio e il rinnovo della licenza di porto d’armi.
Il “conflitto” giurisprudenziale può dirsi ormai risolto, grazie ad una serie di pronunce, anche di natura consultiva, con le quali il Consiglio di Stato, tra il 2014 e il 2016, ha operato una complessiva ricostruzione della disciplina della materia, individuando anche le soluzioni, con le quali essa deve essere declinata in concreto al fine di “compatibilizzarla” con altri istituti desumibili dal “sistema penale”.
I risultati dell’elaborazione compiuta dal Supremo Organo di Giustizia Amministrativa sono stati già portati a conoscenza nelle circolari indicate a seguito, con le quali sono state fornite anche i conseguenti orientamenti per l’esercizio delle funzioni di amministrazione attiva.
Nondimeno, in sede di applicazione concreta di tali indirizzi sono state rilevate alcune incertezze applicative.
In considerazione di ciò e tenuto conto del fatto che la questione continua a formare oggetto di consistente contenzioso, si ritiene opportuno tornare sulla tematica, per sottolineare gli snodi logici della disciplina applicabile, e richiamare l’attenzione sulle soluzioni da applicarsi in alcune particolari fattispecie.
2. I termini della questione.
La questione scaturisce dalla diversa considerazione che i citati artt. 11 e 43 del TULPS attribuiscono alla sentenza di riabilitazione ex art. 178 c.p. dalle sentenze di condanna per i reati da essi contemplati.
L’art. 11 – che definisce in via generale i requisiti morali richiesti per il conseguimento delle licenze di polizia – consente, in presenza degli altri presupposti, di rilasciare la licenza di polizia anche ai soggetti che abbiano riportato condanna non superiore a tre anni di reclusione, per delitti non colposi, qualora sia intervenuta la sentenza di riabilitazione.
In tema di rilascio del porto d’armi, il “catalogo” delle situazioni automaticamente ostative è ampliato dall’art. 43 TULPS, che, al primo comma, proibisce la concessione della licenza nei confronti dei soggetti condannati per alcune tipologie di delitti di particolare “allarme sociale” o comunque riguardanti alcuni “beni giuridici” considerati di massimo rilievo per l’ordinamento.
In questo caso, la norma non fa alcuna menzione degli effetti che la sopravvenuta sentenza di riabilitazione produce ai fini delle determinazioni che le Autorità provinciali di p.s. sono chiamate ad assumere.
Da questa differente impostazione delle disposizioni sopra ricordate, è sorto il “contrasto” giurisprudenziale di cui si è fatto cenno in esordio e che ha visto i Giudici Amministrativi schierarsi su due distinte interpretazioni.

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Due disegni di legge per il futuro delle guardie giurate



Possibili novità per il futuro delle guardie giurate italiane potrebbero interessare il settore della vigilanza privata, leggo infatti sul sito www.snewsonline.com che Il Senatore Mario Mauro, sostenuto dall’ASSIV (l'Associazione Italiana Vigilanza e Servizi Fiduciari), ha presentato il 20 giugno 2017 due disegni di legge contenenti disposizioni in merito all’impiego delle Guardie Giurate all’estero e alla close protection in Italia.
ASSIV sottolinea che attualmente nell’ordinamento italiano è assente una normativa specifica sull’impiego all’estero delle guardie giurate con l’unica parziale eccezione, recentemente prevista dalla legislazione italiana, data dal servizio di antipirateria marittima, svolto da Istituti di Vigilanza autorizzati. Stesso discorso per quanto riguarda la sicurezza alla persona, anche qui non ci sono normative dedicate differenziando cosi l’Italia dal resto dei Paesi europei che prevedono il servizio di sicurezza alla persona fra quelli abitualmente erogati dalle aziende che forniscono servizi di sicurezza”.
“Dopo la definizione del nuovo quadro normativo di settore, che ha fissato i parametri minimi di qualità e il sistema di certificazione degli istituti di vigilanza – evidenzia Maria Cristina Urbano, Presidente ASSIV – ora il settore è pronto per essere impiegato, in una logica di sicurezza complementare e sussidiaria, su ambiti nuovi, e le iniziative legislative del Sen. Mario Mauro vanno verso questa direzione.”

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